INCIPIT – gara di scrittura

Ecco l’INCIPIT della gara di scrittura.

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La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me.

(…)

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Questo è il REGOLAMENTO.

Lunghezza massima del testo: 3000 caratteri (spazi inclusi). Per contarli si può usare questo link. Per capire più o meno la lunghezza, ecco un testo di circa 2700 caratteri. Si tratta quindi di un racconto breve; in questo modo sarà premiata la sintesi e lo stile, in più sarà facile leggere gli scritti altrui.

Data di inizio: 29 Novembre, ore 00:01

Data di chiusura: 3 Dicembre, ore 12:00

Bonus: chi coinvolgerà nella trama un “camaleonte in diarrea”, vincerà un piccolo bonus.

La gara è aperta, si può votare da subito. Inserite la vostra opera nei commenti a questo post. Attenzione: indicate la mail nello spazio apposito, così che in caso di vincita ho un indirizzo con cui comunicare.

Se vi garba passate parola, in modo che ci siano più partecipanti e più votanti.

Spazio alla creatività!

In bocca al lupo :*

ATTENZIONE: ecco i vincitori della gara.

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  • Pieroit 03/12/2010 at 16:56

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me.

    “Anderenghiau? Boniul sdetinale-eh!”

    “Cristo Clà, hai preso ancora la chetamina? Lo vedi che poi non capisci più un cazzo?”

    Si ammutolì, voltandosi verso il finestrino. Si muoveva come un elefante nel corpo di una farfalla. Ero stufa dei suoi capricci: per la seconda volta in un mese lo raccoglievo in condizioni pessime, fatto come un copertone, abbandonato dai suoi amici sgangherati ad una fermata del bus qualsiasi.

    Non mi raccontava mai come finiva in quelle situazioni. Di solito era tutto un ridere, un fare, un muoversi. I suoi sorrisi erano splendide notizie, del tutto inaspettate. In lui dimoravano due persone che non andavano per niente d’accordo. Era in corso una lite per chi fosse il padrone di casa e ci andava di mezzo tutto il condominio.
    Si voltò ancora, stavolta di scatto, come un bimbo disperso nel parco giochi.

    “Scusa…”

    E da camaleonte in diarrea, si mimetizzò ancora con la tappezzeria. Era trasparente, potevo vedere il suo cuore di cioccolato, potevo sentire il calore della sua pelle colorarsi di rosso e arancione.

    Un mondo intero aspettava me, mentre perdevo tempo con questo coglione. Immaginai l’infarto di mio padre a leggere il titolo di giornale: “La figlia del magistrato cerca tresche nella comunità di recupero”. Codarda me e tradita la fedina che nascondevo in borsetta, in compagnia dei miei due cellulari.

    La prospettiva di un futuro sicuro e agiato con il collega dello studio legale mi rendeva instabile come nitroglicerina. Mi dipingevo plasticata e nevrotica donna di mezz’età prima ancora di salire sull’altare. Avevo bisogno di sentire del marcio mischiato all’amore, nella mia personalissima fuga per il proibito. In lui trovavo questo: uno squallido ristoro, la riserva dalla noia, il piano B. Ero puttana e crocerossina in una volta sola.

    In tutto questo, il suo volto tornava a rivolgersi verso un punto indefinito dello spazio, tra periferia e stelle. Era un drogato, un mezzo criminale, un fallito. Eppure quel suo sguardo intenso, lucido, infantile, perso nei sogni e nell’orizzonte, era la mia droga.

    Non l’avrei mai lasciato, nè potevo stare con lui.
    Lo abbracciai e spensi ogni pensiero, per ascoltare il suo respiro.

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  • Juls92 03/12/2010 at 13:46

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me. Quando finalmente riuscì ad incontrare il mio sguardo mi disse con parole semplici e concise che non condivideva le mie iniziative, ma che se era davvero ciò che desideravo avrebbe fatto di tutto per aiutarmi. Avevo deciso di partire perché non sono mai stata soddisfatta della vita che non ero riuscita a costruirmi qui a Seclì, nonostante fosse una terra meravigliosa. Sentivo che il mio destino era a Londra; fin da bambina immaginavo me, la mia carriera e la mia famiglia lì. Sapevo che prima o poi ci saremmo separate io e lei; noi due unite da sempre; una madre e una figlia. Eravamo si una madre e una figlia ma in realtà avevamo un rapporto molto più profondo che conteneva l’universo intero. Lei per me rappresentava un padre, un’amica, una sorella, una nonna; non ho mai avuto nessun altro, ma mi bastava. Ed era arrivato il momento in cui dovevo prendere la mia decisione. Dovevo pensare al mio futuro. Ed il mio futuro era lontano da mia madre. Sarei partita subito. Le promisi che le avrei scritto ogni giorno e che ogni mese le avrei mandato i miei risparmi. Non disse più nulla. Mi strinse a se e se ne andò lasciando il volume della radio al massimo e si lasciò chiudere dietro di se la porta della stanza. Fu l’ultima volta che la vidi…

    Thumb up -5

  • Andrea Risi 02/12/2010 at 17:03

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte.
    Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda.
    Prese fiato e si voltò finalmente verso di me.

    I suoi occhi, cominciarono a parlare ancor prima della sua bocca. Mi disse: “Mi dispiace”.
    Disse solo due parole, che da sole significavano più di mille parole.
    Continuavamo a fissarci, mentre la pioggia intensificava la sua discesa.
    Pochi secondi passarono, prima di lasciarci andare in un pianto incontrollato entrambi,
    trovandoci abbracciati senza sapere come e per quale motivo.
    Fu allora probabilmente, che realizzai le conseguenze di quelle parole.
    Cominciai a pensare che quello fu l’ ultimo vero abbraccio che ci saremmo scambiati,
    l’ ultimo sguardo pieno di tutte quelle emozioni, ma pensai anche,
    che sarebbe potuta essere l’ ultima volta che lo vedevo.
    Riaprii gli occhi, ancora pieni di lacrime, mentre mi distaccavo dal suo caldo corpo.
    I miei occhi erano tanto pieni di lacrime,che non riuscivo a focalizzare la sua immagine.
    Mi asciugai gli occhi, poi il viso, usando la manica del mio maglione e finalmente riuscivo a fissarlo.
    Passarono ancora molti minuti prima che io trovai la forza di distogliere il mio sguardo dal suo.
    Quando lo feci, notai che fuori aveva smesso di piovere.
    Mi alzai, concentravo la mia attenzione sul paesaggio, perchè c’ era qualcosa di meraviglioso:
    l’ arcobaleno, dopo la tempesta.
    Mi avvicinai ancora e guardavo quell’ immagine piena di colori e in quell’ istante fui colma di una nuova sensazione.
    Non so definire quale fosse quella sensazione, ma riesco a descriverla. Il dispiacere che avevo provato poco prima, sparì lasciando spazio alla rinascita … la mia rinascita.
    Colma di speranza i miei occhi brillarono, perchè finalmente, dopo tanto tempo, aprii nuovamente gli occhi e spingevo me stessa verso una nuova vita.
    In quel momento, tutto ciò che avevo attorno, non esisteva, ad eccezione di quel fantastico paesaggio.
    L’ ho fotografato bene in mente, fisso nella mia memoria, perchè da allora, io mi armai di impegno, tenacia, speranza, coraggio.
    Tutte quelle cose che avevo sempre ignorato, sicura di esserne priva, divennero tutto ciò che mi resero satura e felice.
    Ancora oggi non capisco come, ma in quel pomeriggio, fu sufficiente meno tempo di quanto avrei immaginato, per andare avanti e stare bene.
    Imparai allora, credo, che solo crescendo, si capisce cosa voglia dire “essere felici”.

    Thumb up +5

  • La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me. Mi sputo in faccia, il suo sperma era ancora incastrato tra le gengive. Avevo appena finito di pomparlo ed ero stremato ma volevo sapere se fosse stato lui a stuprare la vecchia del piano di sotto che ora giaceva in una pozza di sangue nel suo lurido appartamento. Henry aveva la testa di un asino, e ogni tanto gli piaceva farsi dare una bella strigliata. Voglio dire a me andava bene farmela con un serial killer ma questa volta era troppo: aveva stuprato e poi sezionato la vecchia del piano di sotto e questo era troppo per me. Mi rivestii con cura e lo lasciai nel letto ad ascoltare una vecchia radio che dava musica sinfonica. Avevo voglio di bere qualcosa oltre che darmi una bella lavata, quella testa d’asino era un vero grattacapo. Decisi di impiccarmi all’attaccapanni ma venne giù troppo presto, ero troppo allucinato per poter imbeccare la soluzione giusta. Accesi il gas su tutti i fornelli e aspettai che si fosse saturato l’appartamento, mentre Henry era rimasto legato al letto a sberciare strane profezie su ninja musulmani. Feci scattare il cerino ed in un lampo le nostre membra erano sparpagliate su tutto l’isolato mentre un cameleonte cristiano in diarrea colorava i marciapiedi di un lurido giallo.

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  • randyjohson 02/12/2010 at 10:10

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me.
    Non parlava, mi fissava come al solito, ormai ero abituato a quello sguardo che all’inizio mi metteva a disagio.
    “Mi sa che devo vomitare di nuovo”
    Sono le due di notte ed è la prima volta da anni che vedo Gino ubriaco, non sapevo cazzo che da ubriaco ci tenesse cosi tanto ad ascoltare Radio Radicale ,con quella fottutissima sigla inziale “fuori ma anche dentro il palazzo”… o era “dentro ma fuori il palazzo ” che non ricordo mai.
    Rifermo la macchina,un l’alfa nuova comprata qualche mese fa e gia piena di muffa che mi è appena stata comprata per la laurea dal mio futuro suocero, il babbo di Maria.
    La terza volta che ci fermiamo per farlo vomitare in questo interminabile viaggio di ritorno, ad una ancora più interminabile festa di fidanzamento piena di odiosa gente entusiasta. Fidanzati da 5 anni e continuo ad odiarla la famiglia di Maria.
    Gino scivola fuori dalla macchina e se ne va a vomitare, la pioggia è forte e fa freddo. In queste situazioni non so mai cosa dovrei fare,dovrei uscire con lui? oppure stare dentro la macchina. Che cazzo fa un buon amico quando l’altro si ubriaca alla tua festa di fidanzamento ma c’è anche la pioggia e fa freddo? forse lo imparero nella specialistica.
    Gino stasera è veramente ma veramente strano, siamo entrambi parecchio strani stasera.
    http://www.youtube.com/watch?v=s05Z836WqQQ

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  • Elena 01/12/2010 at 13:29

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me.
    Non parlava, mi fissava come al solito, ormai ero abituato a quello sguardo che all’inizio mi metteva a disagio.
    Avrei potuto dire mille parole, irrilevanti, sapevo che lei mi leggeva dentro. Con lei non funzionava nessuna maschera. Poteva smontarla. Mi conosceva bene, ogni piccolo movimento, ogni sillaba che usciva dalla mia bocca, lei sapeva.
    È strano come una persona possa riuscire a vederti per quello che sei realmente, abbattendo le strutture che ti sei costruito per anni, a filtrare tutto. Lei era riuscita a farlo con una tale naturalezza che invidiavo.
    Mi sentivo come un bambino, avevo voglia di prenderla con tutto me stesso, di entrarle dentro e di rimanere appoggiato al suo seno. Mi piaceva, mi rilassavo,potevo sentirmi libero, non mi avrebbe mai giudicato. Lei non giudicava.
    Solo io e lei, la pioggia scendeva, distolse lo sguardo e si voltò ancora, iniziò a disegnare sul vetro, lo faceva spesso, si mordeva le labbra, chiusa nei suoi pensieri. Le presi il viso e le dissi “smettila di morderti le labbra” , le passai il dito sulla bocca poi la baciai. Un bacio morbido, come non avevo mai dato, toccavo i suoi capelli, li spostavo dal suo viso, mi perdevo nel suo profumo e nella sua pelle bianca e liscia, desideravo le sue mani sul mio corpo. Io riuscivo a sentirla, mi accoglieva dentro di lei in un modo unico, mi eccitava il suo respiro, perdevo il controllo.
    Osservavo come si lasciava andare e impazzivo al pensiero che lo stesse facendo con me, le parlavo all’orecchio, le baciavo il collo e le stringevo le mani. Rotolavamo in quelle coperte soffici e calde e alla fine ci ritrovavamo sempre abbracciati come due persone che si ritrovano dopo tanto tempo. Io dormivo. Lei no. Io sentivo freddo. Lei no. Eravamo opposti. Sarei voluto entrare nella sua testa per riuscire a capire come vedeva il mondo, sicuramente aveva una visione colorata, le piacevano i particolari, dava importanza a sfumature che io non sarei riuscito a percepire neanche da vicino.
    Lei mi descriveva il mondo attraverso i suoi occhi e io facevo lo stesso. Due visioni assolutamente diverse, eravamo affascinati l’uno dall’altra.
    E la domanda che le ponevo fissandola e scuotendo la testa era sempre la stessa: “ma te da dove sei sbucata?”

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  • La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me.
    “Mostro, tu mi vuoi bene?”
    “Ma certo,è ovvio che te ne voglio”
    “Ed allora perché non me lo dici mai?Sai quanto ci tengo, quanto vorrei che tu mi rassicurassi” disse lei, stizzita dal tono formale, quasi di cortesia con cui le aveva parlato
    “Ma cara –iniziai, mentre riempivo di tabacco la pipa –te lo dimostro costantemente mi pare; il semplice esser qui lo prova;se non provassi sentimenti d’amore nei tuoi confronti, perché starei con te?Cosa mi impedirebbe di alzarmi e andare oggi stesso alla ricerca di un’altra?Ma non ho motivo di farlo,perché sei tu quella che voglio.
    Compiaciuto, accesi la dunhill;le sbuffate di fumo riempirono rapidamente l’ambiente, profumandolo di fumo e vaniglia.
    “Perché non riesci ad essere spontaneo, naturale? Parlami col cuore in mano,almeno per una volta!Quando mi parli sembra quasi ti senta circondato da una folla di principi pronta alla critica o all’ovazione a seconda di come reciterai.Sai che non è questo che m’interessa; non mi piaci per quel che dici, per come lo dici; vuoi l’applauso? Ecco,te lo faccio! Sei contento? t’ostini a mostrarmi questo tuo lato, come un egizio che cammini perennemente di profilo, convinto sia il lato che gli doni di più; sbagli: è la parte peggiore di te;mi viene il dubbio che sia colpa mia,che non sia riuscita a farti levare questa dannata maschera dietro cui ti trinceri;si,forse sono io, hai ancora troppo timore di me per lasciare che ti guardi davvero;eppure ce l’ho messa tutta, non sai quanto di me abbia investito in questo rapporto…ma temo stia sbagliando tutto.
    “Ma cara, cosa dici? Sai bene che non è così! Quello che provo te l’ho sempre dimostrato, e con i fatti, non con parole inflazionate. Lacan diceva “il significato è un sasso in bocca al significante…”
    “Parole, parole, sempre parole; m’hai fatto una testa così con i tuoi filosofi; non m’interessano. Se mi volessi davvero bene ti saresti alzato, mi avresti abbracciato, e guardandomi negli occhi mi avresti detto che mi a…
    “Che cosa? Ti avrei detto cosa?
    “Lo sai,sai bene cosa vorrei che mi dicessi”
    “Se è per questo, neanche tu me lo hai mai detto”
    “Se non l’ho fatto è perché ho il terrore che non mi avresti contraccambiata,o peggio che l’avresti fatto per cortesia
    Il gelo era ormai calato nell’ambiente. Entrambi sapevano del resto che il vero problema era un altro, molto più insidioso, e di difficile discussione, sopratutto per lui.
    “E poi lo sai che se non mi dessi motivo di preoccuparmi, non ti farei queste richieste per te così assurde…hai parlato con Mario? Hai deciso di farti vedere?
    “No-balbettò lui,ormai in preda alla confusione-non so quando, ho ancora paura; dammi tempo…
    “Te ne ho dato in abbondanza”
    Era alle strette ormai.
    “Basta.Non ne voglio parlare” Prese in fretta e furia il cappotto dall’attaccapanni “Me ne vado” disse sbattendo rumorosamente la porta; mentre scendeva le scale sentì i primi singhiozzi, preludio al pianto che sarebbe venuto. Non poteva andare avanti così;e sapeva che era solo colpa sua

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    • Antonia 01/12/2010 at 08:50

      bello… ha molte risonanze familiari… complimenti!

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  • Stefano 30/11/2010 at 23:33

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me.
    Lo sguardo parlava chiaro, sapeva che mi sarei incazzato: “Il camaleonte ha di nuovo la diarrea.”
    Porca troia, non di nuovo, non ora. Eppure lo sa bene che con questo freddo i Ferrero Rocher non li digerisce. Quando scagazza in giro per casa finiamo sempre a litigare, maledetto il giorno che glielo regalai. Caga dappertutto, sotto ai mobili, in cucina, ma mai al bagno: forse non riesce a intonarsi col bianco delle mattonelle. La cosa più odiosa è che anche se Frank (il nostro camaleonte) si è mimetizzato sul divano rosso, la merda resta sempre di quel verdino pallido e ci lascia l’alone. Sonore bestemmie.
    Spegne la radio, si avvicina, mi abbraccia, vuole farsi perdonare.
    “Se proprio vuoi dargli i cioccolatini dagli i Mon Cherì”, quelli gli piacciono ma poi le fa pena vederlo che ubriaco pomicia con quella lingua a ventosa la sua stessa immagine specchiata sul vetro della teca.
    All’odio per la belva si affianca l’invidia per la facilità con cui si sbronza.

    continua… {c’ho troppo sonno ora}
    baci

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  • squajone 30/11/2010 at 22:51

    “La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me”. Rileggo questa frase svariate volte. Mi chiedo: come ce lo ficco dentro un camaleonte con la diarrea? E così passo le nottate a scrivere l’inizio di un racconto che poi non verrà mai. Cosa fare? Potrei fare un racconto con tanti inizi di racconti diversi, ma non aggiungerei nulla di nuovo. Qualcuno già ci ha pensato. E con tanti finali diversi? La fantasia è sotto i piedi. Eppure ho l’immagine nitida davanti ai miei occhi. Lei si gira. Si è donna. Non so perchè, ma me la immagino donna. Mi guarda. E parla. Vedo solo le sue labbra muoversi leggiadre. Non riesco a sentire. Chiudo nuovamente gli occhi e cerco di concentrarmi di più. Niente. Nessun suono. Eppure nella stanza c’è uno strano odore. Odore di lei, come di fiori. Forse di lavanda. Vado a farmi un caffè. Fuori piove. E’ da molti giorni che piove. Mi cade una goccia sulla fronte: devo ricordarmi di aggiustare la finestra. Riflessa nel vetro vedo una figura femminile. Armoniosa. Mi giro e non c’è nessuno. Questa storia del camaleonte con la diarrea mi ossessiona. Chissà se sarà colpa del latte. A me succede spesso così. Forse gli potrei consigliare di bere del tè. Lei si gira nuovamente e mi parla. Anche questa volta rimango estasiato dalle sue labbra, ma non riesco a carpire le sue parole. Giro per la casa scrivendo su un foglietto nuovo e buttandolo ogni volta. Poi lo raccolgo, lo rileggo. Meglio farlo in mille pezzi. Credo di avere avuto un’illuminazione! Uhm. No, ma ti pare, cosa ha detto? un saluto a tutti quelli che mi conoscono? Non è possibile, sei soltanto un camaleonte bugiardo! Cambia colore e diventa rosso. Lo vedi che avevo ragione. Ehi, un attimo! riprenditi! Questa storia del camaleonte con la diarrea ti ossessiona. Per fortuna che non doveva andare in bagno in quel momento. Guardo la radio. La accendo. Vedo lei che ne gira le valvole e cerco di ripetere mentalmente la scena. Poi nuovamente l’immagine di lei che si volta. Le sue labbra si muovono. Ora sento le sue parole: “GF: dopo gli armadi, le tende. Chi può ‘consuma’. Le coppie si ingegnano in tutti i modi per appartarsi (senza essere ripresi dalle telecamere). Gli altri devono accontentarsi di stare a guardare”. Ma no è la radio! E’ inutile. La penna non vuole andare. Vado a fare un giro. Arrivo davanti a lei e le chiedo: sa se i camaleonti hanno la diarrea? La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me. “Aho, mica so’ na’ veterinaria! Lavoro alla cassa io, si voi entrà al giardino zoologgico, so’ 10 euri. Poi quanno che ripassi dimme che colore c’ha er camaleonte co’ la sciorta! E occhio a nun confonnete.”

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    • b 01/12/2010 at 10:20

      per me hai vinto…
      FAVOLOSO

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      • squajone 02/12/2010 at 18:49

        daje!! grazie ;)

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  • Kia 30/11/2010 at 16:36

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me.
    “Non ho capito la domanda”, mi disse in tono fastidioso. Io lo guardai, il suo volto irradiava un’espressione a metà tra un camaleonte con la diarrea e una figurina dei calciatori Panini stropicciata.
    Guardai fuori dalla finestra, cercando di dissimulare l’irritazione, il rumore insistente della pioggia copriva quasi interamente quello della radio gracchiante tra le sue mani. “Bene, allora te la rifaccio, anche se non era tanto difficile. Qual è questo segreto cui mi hai accennato per ben due volte, e che hai invece ritrattato l’ultima volta che te lo chiesi? Questa fantomatica “cosa molto brutta” che avresti fatto circa 2 anni fa?”.
    Spalancò gli occhi, come un gufo impagliato: “Non capisco, a cosa ti riferisci? Quale cosa brutta?”, e riprese a giocare con la radio, mentre cercava di mantenere un’espressione inutilmente dignitosa.
    Questa ulteriormente fastidiosa domanda mi depresse non poco. “Ah, ritratti di nuovo?? Ma se è una delle prime cose che mi hai detto quando ci siamo conosciuti…ricordi, eravamo sul treno per Berlino, il nostro primo e ultimo viaggio prima che te ne tornassi in patria! Mi raccontasti che tempo fa, dopo aver fatto una cosa molto brutta (di cui però non volevi parlare), tornato a casa, la notte stessa ti venne in sogno un cane idrofobo, nero e spaventoso, che ti ringhiava contro minaccioso, mille mosche gli giravano attorno come su un cadavere in decomposizione. Ti svegliasti di soprassalto impaurito, ma continuasti a vedere le mosche per davvero attorno a te, nella tua stanza da letto!!”.
    A quel punto piegò gli angoli della bocca tentando invano di reprimere un sorriso d’imbarazzo…la stessa espressione di un bambino colto dalla mamma in flagrante mentre, con la bocca piena di marmellata, tentava di dimostrare a mo’ di sofista che quella che aveva attorno alla bocca era in realtà del materiale alieno radioattivo.
    “Ah, quello…beh, davvero te ne parlai? Non me lo ricordo. Che stupido…ma comunque ora non voglio parlarne, ok?”.
    Affranta, rassegnata, con le orecchie piene di un cocktail di rumori e le mani infreddolite, mi chiusi in me stessa: evidentemente ancora non si fida di me…dopo quasi un anno di relazione. Ma cosa mai poteva essere questa brutta cosa che aveva fatto? Un essere tranquillo e pacato come lui…avrà mandato a quel paese una suora?
    La cosa che mi infastidiva di più, oltre alla radio che urlava a squarciagola l’odiosa voce di Tiziano Ferro, era la consapevolezza di non sapere nulla di lui…in fondo poteva anche essere un serial killer in pausa, e io che l’avevo pure accolto in casa mia, allevando la potenziale serpe in seno!!
    Dentro di me sapevo che avrei tentato nuovamente di estorcergli questo segreto: non potrei morire senza svelare il mistero della persona che amo.

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    • Kia 30/11/2010 at 16:41

      PS: mi sono dimenticata di mettere il link alla mia pagina BWAUHAUHAUHAUAHUAH…ORA c’è :D

      PS2: ho creato una storia di 3000 caratteri ESATTI (controllare per credere!) solo per questo merito un ulteriore bonus…BWUAHUAHAUHAUHAUAH…!!

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  • Davide 30/11/2010 at 01:39

    Partecipo volentieri all’iniziativa e considero questo “racconto” come un piccolo e personale tributo al genio letterario di Bret Easton Ellis.

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me.
    - Perchè non andiamo a letto? – mi dice Katia con un mezzo sorriso lascivo.
    Io, nonostante la visibile erezione da cui ero stato colto, avrei fatto davvero qualsiasi cosa piuttosto che scoparmela. Chiariamoci: non sono un finocchio. Ma ormai la mia repulsione nei confronti di lei – una delle fighe più insulse che avessi mai scopato – era diventata talmente avvolgente che nonostante il contatto dei nostri corpi mi procurasse una reazione eccitata, questa era del tutto meccanica, non soltanto priva di qualsiasi umanità ma anche di qualsiasi sentimento. La verità, però, è che una come Katia non si può non scopare. Riuscite forse a immaginare cosa direbbero gli altri se venissero a sapere che mi sono rifiutato di fotterla? E quindi le rispondo: ” Vai, cinque minuti e sono da te”. Poco dopo la raggiungo in camera da letto. Lei è distesa, completamente nuda. Ha le gambe divaricate e blatera qualcosa: una vera puttana. Mentre mi spoglio di fronte allo specchio, a cui sono legato da un rapporto molto più intimo di quello che posso avere con qualsiasi essere umano, non posso fare a meno di sentirmi inebriato per l’oggettiva perfezione del mio corpo. Sono a tal punto coinvolto dalla mia immagine riflessa che quasi mi dimentico che Katia sta aspettando di essere scopata. Mi metto in ginocchio sul materasso. S’inginocchia anche lei, prima di prendermelo in bocca. Per quanto quelle labbra possano trarre in inganno, la sua capacità di fare pompini è prossima allo zero. Dopo averla presa per i capelli, tentando di farle prendere la giusta velocità, capisco che non c’è nulla da fare e le dico di smetterla. Le divarico le gambe e inizio a fotterla vigorosamente. Lei, nel vano tentativo di fingere trasporto ed improbabili orgasmi, tiene gli occhi serrati in un’espressione di grottesco godimento. Decido quindi di metterla a quattro zampe, inziando a penetrarla da dietro. Il mio vigore virile ha raggiunto una tale magnificenza che mi rammarico del fatto che nessuno possa essere lì a vedermi. Vorrei riprendere tutta la scopata con la videocamera del mio Blackberry e poi caricarla su Youporn. Dopo quaranta minuti abbondanti di penetrazione non sono ancora riuscito a venire. Katia ha già finto un paio di orgasmi e ora la sua verve inizia a scemare. Decido di simulare un’eiaculazione e mi fermo: credo che mi abbia creduto.
    - Ehi amore, vieni qua – mi sussurra con una tenerezza non da lei. Credo volesse scambiare qualche affettuosità.
    - Aspetta, devo andare in bagno – le dico freddamente. Mi siedo sul water, nudo. Ho portato con me il cellulare sul quale conservo un gran numero di video porno. Mi masturbo guardando un filmino amatoriale di due lesbiche diciottenni, prima di esplodere in una copiosa, liberatoria e solitaria eiaculazione.

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  • Francesco 30/11/2010 at 01:15

    ops avevo dimenticato la e-mail e sbagliato l’indirizzo del mio blog…sono in grande forma ;)

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  • Francesco 30/11/2010 at 01:00

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me. Lo fece lentamente, padrone del tempo, sovrano di se’. Un sorriso, morbido. “Già, forse è proprio per questo che sono felice di essere nato ottant’anni fa. Tanto felice che le rughe non mi pesano, e l’inchiostro sul mio braccio ha smarrito l’odio con il quale fu scolpito. Per la radio.” Il confronto con quella sicurezza lineare, l’impatto impietoso con quella maschilità fiera ed essenziale mi graffiò dentro, dove nessuno può vedere, dove nessuno può afferrare. Ascoltai, in silenzio, seduto ad osservare quel meccanismo oliato dalla sua stessa semplicità. “La radio è poesia. Vedi, con le dita puoi danzare tra le frequenze, unirle, disegnare suoni nuovi, tuffarti nella polvere alla ricerca del sincronismo musicale perfetto. La radio è amica discreta, perché propone. La televisione no. La televisione impone. Ti violenta quando sei più stanco, quando sei più solo. Ti penetra con la sua avanzata lenta, inesorabile, nemica subdola, assassina ipnotica che inganna le tue difese sino a succhiarti la vita. La radio, invece, suggerisce. Sussurra idee, con educazione, sottovoce. Ti lascia lo spazio per fare, per essere, per creare. Ascoltando la radio ho costruito questa casa, tanti anni fa. Con queste mani. Erano gli anni del bianco e del nero. Ed infatti, anche i miei ricordi sono in scala di grigio. Io costruivo, e nel frattempo tua nonna curava l’orto, filava le tende, faceva l’amore con me. Com’era bella, tua nonna, da giovane. Di lei conservo il colore dei ricordi. Di ogni sfumatura. Lei. Era. Luce. Ecco, voglio svelarti un segreto. L’amore. L’amore non lo puoi disegnare con i colori giusti. Non esistono, i colori giusti. Non importano, i capelli neri. I capelli biondi. Le mani grandi. La voce profonda. Gli occhi azzurri, gli occhi socchiusi, gli occhi intensi. Specchi dell’anima, di chi guarda. Non ci si innamora di queste cose. Le puoi inseguire, magari. E loro ti conducono, a briglie sciolte. Lontano, dall’amore. O forse, persino vicino: a briglie sciolte, appunto. Poi, l’amore. Un giorno, all’improvviso. Così. Posi gli occhi su di lei, su di lui. Percepisci la differenza. È sottile, ma cruciale. Ecco il segreto: la differenza sta nella luminosità. Improvvisamente gli altri sembrano sagome di cartapesta appoggiate su uno sfondo bidimensionale, comparse friabili tenute insieme dalla consuetudine grigia dei tempi che corrono. Lui, lei, invece, no: ne percepisci la natura, un po’ più viva, un po’ più vera. Senti il profumo di un’essenza diversa, ultraterrena, oro che abbaglia gli occhi di chi non può vedere, di chi non sa farlo. È la promessa di una fusione purpurea, l’illusione di un’inscindibile sincronia. Certe cose non bisogna deciderle, ed è controproducente pensarle. Succedono, ogni tanto. Non esistono, i colori giusti. Esiste la luce, che libera la fiamma, che accende la magia, che spinge il coraggio su di un piano inclinato, e rotola, rotola rotondo, fino ad accarezzare la morbidezza del tempo che scorre, abbracciandone i sussurri, respiri sottili e finalmente colorati

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    • b 30/11/2010 at 10:06

      davvero bello… complimenti :)

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    • Kia 30/11/2010 at 16:56

      Bello!!!

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    • Francesco 01/12/2010 at 23:32

      b e kia, grazie davvero

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  • Jasmine 29/11/2010 at 19:23

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me.
    Voleva rispondermi, ma la volontà era meno della forza che aveva nel cuore… rimase lì.. a fissarmi con i suoi grandi occhi ghiaccio.
    Con il diminuire della pioggia cominciai, inevitabilmente, a sentire quel suo dolce respiro profondo e lento… padrone di quel silenzio che diceva più di mille parole. Ci fissavamo al fine di frugare l’uno all’interno dell’altra… annaspavamo tra i mille ricordi, tra echi di sorrisi e ombre di gioie passate… ma non vi erano risposte al mio perché. Ormai stanca e rassegnata presi delicatamente la sua abile mano calda, ponendola sul mio viso… Anche se ruvida e austera la passavo lentamente sulle mie guance arrossate, per sentire il suo profumo e il suo candore. Nonostante gli anni non erano cambiate le sue grandi mani. Erano solo un po’ logorate dal tempo…ma sapevo che erano le mani che tenevano le mie quand’ero piccina.. le stesse mani che mi hanno creata e abbandonata. Ma non mi importava. Avevo convissuto fin troppo tempo con il ricordo sbiadito di mio padre. Misi da parte i miei tanti “perché” per abbracciarlo e stringerlo forte a me! Un brivido attraversò il mio gracile corpo alla sensazione delle sue possenti braccia che,teneramente, mi avvolgevano e mi stringevano a lui! Si non avevo più dubbi… non era l’odore del solito dopobarba a ricordarmelo… ma qualcosa di molto più grande, di più vivo e di indescrivibile… il sangue pulsato dal suo cuore era lo stesso che scorreva nelle mie vene. Era li tra le mie braccia.. niente e nessuno ci avrebbe più separato… nemmeno il forte rancore. Ero pronta a riprenderlo per mano e riscrivere la nostra vita dal punto in cui lui aveva posato la penna…
    -“ sei pronto Papà?”
    -“…per cosa?”
    -“dimentica le rughe e i capelli bianchi…hai una figlia che ancora ti aspetta per giocare insieme…”
    -“ Dolce Carla…ma papà in tutto questo tempo ha giocato con te… a Nascondino.. e ora che l’ hai trovato.. non ti lascerà mai più.”

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  • Antonia 29/11/2010 at 14:24

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me: “non so cosa ti aspetti da me”, disse, “pretendi che io sia sempre lì, pronta a capire ogni tuo momento no, a giustificarti, ad accettare la tua situazione inaccettabile ed ora che io ho davvero bisogno di te, te ne stai lì a guardare la pioggia alla finestra e a farmi domande stupide, neanche degne di una mia risposta! Vuoi partire? Vuoi lasciarmi sola in questo momento così delicato per me? Fallo pure, sei libero, ma abbi almeno la decenza di non mettere me nella condizione di scegliere di passare l’ennesimo week-end ad aspettarti!”. Non sapevo cosa replicare, aveva ragione, era ormai un bel pò che mi stava accanto, senza chiedermi nulla, sempre pronta a venirmi incontro, a comprendere, a giustificare i miei modi, non sempre gentili proprio verso la donna che avevo più amato in vita mia. Eppure non potevo dirle questo, non potevo darle ragione, non dovevo permetterle di diventare così importante che se fosse andata via la sua mancanza mi avrebbe tolto il fiato e trascinato in un vortice di disperazione mai provato prima, così accennai soltanto: ” ecco, come al solito ti comporti da egoista e mi opprimi!”. Sapevo che erano bugie, veri e propri insulti a tutto quello che lei era e significava per me, eppure quelle parole uscirono dalla mia bocca a difesa della parte più vulnerabile di me, quella parte che lei riusciva ogni volta a mettere a nudo e, appena le lasciai uscire, desiderai che il tempo si fermasse e che, come per magia, io potessi ricacciare dentro ogni singolo fonema.
    Non parlò più, tornò a giocare con la radio rivolgendomi la schiena; i suoi capelli neri coprivano il volto che mi era diventato familiare come mai nessun’altro prima, quel volto di cui mi ero innamorato un anno fa e che da allora aveva accompagnato le mie giornate illuminando la mia vita e ridandomi la speranza che con lei avrei potuto essere felice, rimediare a tutti i miei errori e, forse, realizzare finalmente il sogno di costruire qualcosa di duraturo nella mia precaria esistenza. Sapevo che piangeva, in silenzio, eppure una forza misteriosa mi tratteneva lì, immobile, chiuso nella mia paura e nel mio egoismo. Avrei dovuto solo abbracciarla, chiederle perdono ed asciugare le sue lacrime e invece tutto quello che riuscii a fare fu dire: “Parto domattina.” L’ultima cosa che ricordo fu il rumore della pioggia che continuava ad abbattersi sui vetri. La poltrona accanto alla radio era vuota, così come lo sarebbe stata la mia vita da quella sera in avanti. Che stupido!

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  • publio 29/11/2010 at 13:28

    Ecco qui la versione definitiva del mio raccontino: ci sono 274 caratteri in più, ma non ho cuore di togliere nulla, quindi mi auto squalifico dal concorso ufficiale, e mi auto candido per un eventuale premio speciale della giuria, consistente magari in una birra col gestore del sito : ) un caro saluto!

    La pioggia continuava ad abbattersi sui vetri, tanto violenta che mi sembrava di sentirla sulla fronte. Mi infastidiva il suo giocare con la radio, invece di rispondere alla mia domanda. Prese fiato e si voltò finalmente verso di me: “Ha notato, dottor Stern, come il palinsesto radio sia radicalmente sceso di qualità dopo l’arrivo degli Americani in Europa? Credo che l’America sia la nazione più volgare che abbia mai calpestato la Terra. Il loro trionfo, deprecabile eventualità, sarebbe a buon diritto da considerarsi il trionfo della volgarità”. Giocava a logorarmi, senza fretta. Sapeva bene che per ogni minuto che passava le mie capacità di resistere andavano diminuendo. Ciononostante questa volta mi sembrava di trovarmi sinceramente d’accordo con lui. “Dottor Stern, che resti fra noi, ora che il secondino si è assopito glielo posso confidare… io in realtà non odio il suo popolo. Non odio la sua cultura, e rispetto i vertici del sapere che taluni ebrei ha raggiunto nei più diversi campi… Per quanto si sforzi Goebbels di berciare ai microfoni, io non posso certo dimenticare la grandiosità di Mahler o l’eleganza di Ravel.”. La radio trasmetteva una grossolana musica da ballo, ed io mi sforzai di non pensare agli ignobili salotti mondani dove, incuranti delle bombe che devastavano Dresda, si andava ancora ballando e versando champagne, con una noncuranza criminale e inumana. “Vede dottor Stern, anche i suoi studi nell’ambito della chimica, che le sono valsi l’abilitazione alla cattedra di Varsavia, sono un importante tassello dell’avanzamento umano. Di certo se fosse stato per me, avrei adoperato le vostre risorse umane e mentali, contro la minaccia bolscevica d’oriente, e la trivialità americana. Ma sfortunatamente il mio popolo ama ritenersi più razionale di quanto non sia… Ama pensarsi freddo e calcolatore, mentre sono come dei bambini. Dia retta a me, dottor Stern, i tedeschi sono dei bambini in un corpaccione di uomo adulto. Sono goffi, non sanno fare i conti con la loro sfera emotiva. E così sono finiti nell’irrazionalismo. Un magnifico apparato, efficiente ed organizzato come nessun altro, al servizio di una causa che non comprendono pienamente nemmeno loro. La componente emotiva, che il popolo tedesco tende a ripudiare, o a nascondere come qualcosa di cui vergognarsi, è in realtà la prima matrice di tutto quello che lei vede qui intorno. Si sorprende dottor Stern? Vedo come guarda le mie mostrine militari, e capisco perfettamente la sua perplessità.”. Era attento ai dettagli, conosceva le pieghe dell’animo umano, ed anche quando sembrava che si stesse lasciando andare, in realtà rimaneva accorto, e vigilava ogni dettaglio. “Ora risponderò alla sua domanda dottor Stern: se sono qui in questa per lei spiacevole veste, è semplicemente per una ragione. Oggi il mio ruolo in questa farsa è quello di aguzzino. E lei è la mia vittima. Il suo compito è resistermi, il mio cercare di strapparle quel che sa. Se questa divisa la portasse lei, i nostri ruoli sarebbero invertiti, ed accetterei anche quella situazione. Siamo camaleonti dottor Stern, e ci adattiamo al colore della nostra divisa con disarmante naturalezza. Lei teme per la sua vita dottor Stern? Ebbene sappia che nemmeno io resto indifferente pensando alla mia sorte… Siamo due camaleonti con la diarrea!” Rise, di una risata grassa e rozza, che subito si arrestò. Mi guardò fisso negli occhi, e con aria glaciale disse: “Un uomo è un uomo dottor Stern. E ogni uomo è qualunque uomo”.

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  • [...] Avete letto i tre scritti più votati. Si tratta di stili e generi diversi, che evocano le emozioni più disparate. Gli appassionati di scrittura potranno trarne molti spunti. Molte perle possono trovarsi anche negli altri racconti. [...]

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